| Alet |
| ROMA - 01/06/2004 |
Alet, o ciò che si svela, o anche, ciò che darà alimento. Un progetto ambizioso muove la casa editrice nata a Padova all'inizio del 2004; attenta alle intersezioni, ai talenti diversi che s'incontrano, alla contaminazione di linguaggi. Decisamente editoria 'di ricerca', come ci racconta il direttore editoriale, Simone Barillari.
Perché il nome Alet?
Alet richiama la parola greca alétheia, verità, che i Greci definivano come «ciò che si svela», «ciò che sfugge all’oblio» – l’oblio che prendeva forma nel fiume Lete. È un concetto che fa appello a un’idea di verità come la rivelazione di un’essenza primaria, come nocciolo della realtà che si sottrae al corso corrosivo del tempo. Secoli di filosofia hanno intessuto su questa parola un pensiero che attraverso il Medioevo arriva ininterrotto a Heidegger. In latino, ‘alet’ è la terza persona del verbo alo al futuro, e significa 'nutrirà, darà alimento' e quindi vita, che è forse l’altra faccia e la più ambiziosa dello scopo antico della letteratura, intrattenere e allontanare così il pensiero della morte. Qualcuno ha anche detto che la letteratura è il mondo in un quadro capovolto, una tela nello specchio, e anche questo – ossia una tela letta nello specchio – è un possibile riferimento del termine alet.
A chi si rivolge la nuova casa editrice?
Da una parte, naturalmente, a quel nucleo di lettori forti, il 13% della popolazione, che legge almeno un libro al mese. Ma vorremmo che questi libri fossero anche sentiti da un pubblico più vasto come oggetti raffinati ed eleganti in sé, preziosi agli occhi e al tatto, in cui si depositano la curiosità dell’innovazione e una cura artigiana. Sono libri che chiedono di essere scoperti mentre vengono letti.
Nel libro Il costume di mio padre al testo sono associate le immagini, il testo è come una lunga didascalia delle immagini. È un caso isolato, o una precisa scelta editoriale, il binomio testo-immagine?
È una scelta, sì, anche se riguarderà solo alcuni libri. Quello che più mi sembra interessante e ancora in gran parte inesplorato nella letteratura contemporanea è la contaminazione dei linguaggi, dopo che i confini tra i generi sono stati attraversati forse in ogni direzione e spazio possibile. In particolare, Il costume di mio padre costituisce quello che viene definito un 'artist book', un volume nato dall’incontro tra i talenti lontani di uno scrittore e di un artista visivo e in cui nessuna delle due narrazioni è subordinata all’altra o ne dipende, ma ognuna assume maggiore forza e senso dall’essere accostata all’altra, come stabilendo una risonanza. Rispetto all’originale americano, però, questo volume presenta in più una sorta di racconto che Ben Marcus scrisse per una rivista dopo aver visto per la prima volta un’esposizione di Matthew Ritchie. Da lì nacque poi la collaborazione e l’amicizia che portò all’artist book insieme, e questo libro è quindi anche, in qualche modo, la ricostruzione di un rapporto creativo nel corso del tempo e nell’approfondirsi della conoscenza intellettuale tra due artisti.
Più in generale, l'interesse della casa editrice è più verso la sperimentazione o più verso la tradizione? Più verso la narrativa o più verso la saggistica?
Per quanto è possibile, la strada di Alet è nell’editoria di ricerca: in un territorio letterario all’intersezione tra fiction e non-fiction, tra invenzione e memoria, tra il racconto del reale e la sua manipolazione romanzesca. Quelli del romanzo e della saggistica sono modi della parola tra i più distanti, a lungo sono stati mantenuti separati, e la loro sovrapposizione genera ora nuovi campi di forza narrativa. È interessante seguire nel tempo, di libro in libro, come le tecniche della narrazione si pieghino lentamente a contenuti e strutture non narrativi, e come la finzione possa aumentare e approfondire la verosimiglianza del vero. Per questo, Alet riproporrà a volte classici inediti o dimenticati che dentro questo rapporto andranno a legarsi uno all’altro in una progressiva continuità, anche attraverso geografie diversissime.
Quali collane ospiterà Alet?
Le collane saranno quattro, e ognuna di loro conterrà una diversa miscela di fiction e non-fiction, escludendo così tanto il romanzo di genere e d’invenzione pura quanto il saggio classico. Le collane dovranno intercettare categorie letterarie come il non-fiction novel, l’eterografia e l’autofiction, tracciando tra loro qualcosa che sia una sorta di storia comune e parentela.
Scorrendo i titoli di prossima pubblicazione non si vedono autori italiani. In futuro ci saranno, e se sì, con quale criterio la scelta?
Sì, ci saranno senz’altro: non in una collana specifica, ma mescolati agli autori stranieri. Bisogna però aggiungere qui che, al di là di alcune importanti eccezioni, la letteratura italiana, anche quella più recente, non ha frequentato spesso, per desuetudine, disinteresse genetico o pigrizia, la contaminazione tra fiction e non-fiction in modi letterariamente sottili e sofisticati. Anche per questo, saremo noi stessi a immaginare e progettare qui alcune delle opere insieme agli autori che sceglieremo e che ci sceglieranno.
Cosa pensa del mondo dei piccoli editori italiani? Quale ritiene siano le maggiori difficoltà, quali i vantaggi?
La piccola editoria italiana è un pulviscolo sterminato e tenace, che sopperisce spesso con furiosa abnegazione a quello che non permettono i mezzi e il mercato. È uno dei fenomeni più singolari e felicemente inspiegabili di questo Paese la presenza di oltre cinquecento piccoli editori in una nazione in cui oltre la metà degli abitanti non leggono più di un libro l’anno ed è probabilmente una raccolta di barzellette. Detto questo, le opportunità nascono dall’elefantismo di certi grandi gruppi, dalle possibilità di innovazione in un ambiente stagnante, dall’individuazione di nuove nicchie di mercato e di potenziali lettori non ancora raggiunti. Ogni editore ha in sé la duplice anima di un intellettuale e di un mercante, e da questa contraddizione, unica e irriducibile, la piccola editoria può trarre una speciale vocazione a innovare.
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