| Lorenzo Mattotti |
| MANTOVA - 27/09/2005 |
I suoi disegni sono quadri. Emotivo e versatile, Lorenzo Mattotti vive a Parigi, ora sta lavorando a un libro sul carnevale di Rio de Janeiro. L'abbiamo incontrato al Festivaletteratura di Mantova.
Intervista di Cristina Bolzani
Il suo stile - mi riferisco al Rumore della brina ma anche ad altre cose che lei ha fatto - è molto centrato sul colore e meno sulla descrizione. In particolare di questo romanzo mi ha colpito il filo conduttore della paura, e come lei sia riuscito in modo così efficace a rendercela, a trasmettercela con le modalità cromatiche. Che significato ha per lei questa scelta del colore?
Il colore secondo me fa parte del linguaggio del fumetto, che è un linguaggio molto complesso. C'è dentro il testo, ci sono le immagini, c'è il ritmo. L'armonia tra queste cose crea la storia. Il colore fino a poco tempo fa era usato in maniera estremamente semplice, perché le tecniche di riproduzione erano abbastanza complicate. Adesso c'è la possibilità di riprodurre il colore in maniera molto precisa, per cui il colore diventa, per me, un linguaggio in più, un insieme di simboli che portano anche a raccontare anche delle emozioni; per cui è una parte di questo mezzo di espressione. E cerco di utilizzarlo per esprimere le emozioni che vivono i vari personaggi.
Per l'appunto nel suo lavoro c'è molta emozione, molto forte. Com'è riuscito, in particolare con questo libro, a sintonizzare la sua emotività con quello dello scrittore che scriveva le didascalie, la parte scritta del racconto?
A me piace lavorare sempre assieme. Quando si creano le storie io e lo sceneggiatore lavoriamo proprio assieme. Particolarmente per questa storia, che dovevamo fare settimana per settimana, perché era pubblicata sul Frankfurter Allgemeine, in Germania. Eravamo obbligati a dare una puntata ogni settimana, per cui ci ritrovavamo a casa mia e decidevamo assieme la puntata che seguiva, e si lavorava veramente assieme. Il fumetto ti dà anche questa possibilità: si può lavorare in due, fianco a fianco, decidendo sia le immagini sia il testo, assieme. Certe volte si può anche creare prima le immagini poi il testo, altre volte il contrario. Riesco a lavorare così, mi è molto difficile lavorare con un testo già scritto e poi illustrarlo dopo come fumetto.
Lei ha una attività che spazia tra tanti campi. Dal cinema alla pubblicità, all’illustrazione dei libri per ragazzi, a collaborazioni con scrittori… Come riesce a mantenere un suo filo stilistico e soprattutto a avere questi cambiamenti costanti con il mezzo?
Non so se riesco a mantenere questa coerenza. Diciamo che come base il fumetto, lavorandolo come lo intendo, mi ha dato le basi per affrontare altre cose, nel senso che l’illustrazione poi è avvenuta in maniera naturale, oppure i manifesti. Diciamo, obbligato ad affrontare il lavoro, perché certe volte sono proprio lavori commissionati per guadagnare la mia vita. Mi trovo di fronte a varie problematiche, cerco di risolverle attraverso quello che conosco, che poi è il disegno…
Credo che il mestiere di illustratore di questi tempi debba essere capace di affrontare tantissime cose; la specializzazione è molto pericolosa. La possibilità di affrontare da una parte l’illustrazione per la stampa, dall’altra l’illustrazione per la letteratura, dall’altra poter fare delle storie, dall’altra affrontare il cartone animato mi permette di toccare punti della mia personalità che probabilmente non sarei capace di affrontare se fossi solo specializzato in qualcosa.
Il prossimo lavoro che ha in progetto, in cantiere in questo periodo?
Adesso esce un libro che raccoglie una serie di miei disegni tematici, nell’acqua; sono corpi nell’acqua che sono stati utilizzati per il film di Eros, di Wong Kar-Wai Antonioni e Sodebergh. E sto affrontando un libro illustrato sul carnevale di Rio de Janeiro che mi è stato chiesto da un editore brasiliano.
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