| La decrescita felice |
| ROMA - 10/01/2006 |
Nella scia della vasta riflessione sul concetto di 'decrescita' gli Editori Riuniti pubblicano l'opera di Maurizio Pallante La decrescita felice. Si tratta di un libro breve, chiaro e lucido. Tre qualità oggi molto rare, non solo in libreria. Un lavoro che ha il merito di riportare alla luce, con la delicatezza dell'archeologo amorevolmente ben disposto, alcuni concetti-chiave della storia umana; tra tutti: ragionevolezza e sobrietà. Non si tratta del solito pauperismo protosocialista da falansterio, però. Nel libro si gioca, infatti, una partita dialetticamente molto rischiosa, nuova e antica nello stesso tempo. Pallante azzarda analisi raffinate e cerca - correndo sempre sul filo della provocazione - di non cadere nella trappola consueta della 'corsa al passato'. Spesso, infatti, il senso comune rimprovera a quelli come lui di 'voler tornare alle caverne', e poi giù tutti contenti e ironici a intubarsi nel traffico, a scartare imballaggi voluminosi dal contenuto ridicolmente esiguo, a preferire i 4saltinpadella a una semplice insalata dell'orto.
La critica svolta con competenza e stile asciutto da Pallante va ben oltre queste obiezioni da mentecatti della ragione: l'autore mette in chiaro ben presto che qui non si tratta di fare la guerra alla modernità, bensì di mitigarne con strategie tutte umane gli eccessi e le storture, avviandosi in direzione di quella 'decrescita' sulla quale hanno prodotto analisi struturatissime prestigiosi studiosi quali Serge Latouche, Alain Caillé, Mauro Bonaiuti e il compianto Alfredo Salsano.
Su questo piano il libro di Pallante è davvero illuminante, anche se (credo volutamente) superficiale: vi si affrontano, tra i tanti, anche i temi dello spreco energetico, dell'industrializzazione forzata, dell'inurbamento avvelenante.
Ma, su tutti, emerge il nodo epistemologico centrale della civiltà industriale fondata sul mito del 'progresso': la trasformazione di ogni bene in merce. La classe dirigente occidentale - sottolinea Pallante - ha per secoli combattuto fieramente ogni istanza contraria al 'mito del progresso', giungendo a ridicolizzare qualsiasi idea o tentativo di opporvisi con logiche alternative: dai luddisti agli odierni nostalgici passatisti. Pertanto «è ridicolo chi si spezza la schiena a coltivare i pomodori nell'orto», come chi fa la marmellata in casa, dacché sono tutte merci che si possono comprare in ogni tipo e formato all'ipermercato. Fa bene invece chi si compra a rate un'automobile da trecento cavalli; fa benissimo chi occupa un'intera parete con la tv-gigante al plasma; fa ancor meglio chi riscalda la propria abitazione come un forno e poi apre le finestre, d'inverno, perché vi fa troppo caldo.
Infine impariamo, ancora da Pallante, che è fuori dal computo statistico della produzione di valore la casalinga che svolge le faccende domestiche e bada alla casa e alla famiglia: non ottiene reddito, non fa crescere il PIL, pertanto è fuori, nel limbo dei non computabili.
Questo ed altro ancora per essere felici senza l'assillo dello Sviluppo, senza preoccuparsi per il segno 'meno' davanti al PIL, spada di Damocle della postomodernità. Sì, perché per Pallante «La qualità della vita non dipende dal PIL», epitome che è anche il sottotitolo del libro. (sl)
|
 |
|
| Copertina |
|

|
La decrescita felice. La qualità della vita non dipende dal PIL Editori Riuniti 2005 12 euro
|
|
|