| Diavoli stranieri sulla Via della Seta |
| ROMA - 02/08/2006 |
Un viaggio avventuroso nel cuore
dell'Asia centrale sulle tracce di temerari esploratori europei
che all'inizio del secolo scorso sfidarono i deserti e le
montagne per riaprire la mitica Via della Seta e portare nei
musei del Vecchio Continente i tesori artistici.
Peter Hopkirk, giornalista dalla vita avventurosa, ha raccontato questa
storia in un libro del 1980, che ora Adelphi pubblica, dopo il successo del suo precedente saggio Il
grande gioco.
«L'obiettivo che mi pongo con questo libro - ha scritto Hopkirk
- è raccontare la storia delle scorrerie archeologiche a vasto
raggio intraprese da alcuni stranieri in quel remoto angolo
dell'Asia centrale nel primo quarto del Novecento». Una storia
che unisce le cronache di viaggio dei grandi esploratori e i
ragionamenti geopolitici, e offre un affresco a più sfaccettature
di un periodo nel quale gli europei avanzavano come conquistatori
in terre molto lontane, non solo geograficamente, dalla loro
cultura, suscitando alla fine la reazione degli autoctoni e
portando avanti un'immagine per certi versi negativa della cultura occidentale. Forse si può anche azzardare qualche
legame con quanto accade oggi in territori non troppo lontani
dalla Via della Seta, come l'Iraq e l'Afghanistan.
Il libro di Hopkirk è una cronaca archeologica, molto centrata
sugli uomini che compirono le imprese. Le loro azioni, comunque,
assumevano spesso le caratteristiche proprie della grande
politica: «Quei baldi studiosi - ha scritto uno storico citato da
Hopkirk - si diedero a rivendicare 'aree d'influenza' e
'giacimenti archeologici' e litigarono vigorosamente sulle une e
sulle altre». Sostituendo la parola 'archeologici' con
'petroliferi' e mettendo gli Stati al posto degli studiosi, ecco
offerta una sintesi mirabile del senso complessivo del grande
gioco per il controllo dell'Asia Centrale, che parte dai tempi
della regina Vittoria e giunge fino a George W. Bush,
Ahmadinejad, Putin e Hu Jintao.
Gli europei, dunque, saccheggiarono i tesori della Via della
Seta. Però, e qui Hopkirk si mostra storico di talento, è anche
vero che aver trasportato le opere d'arte del buddhismo cinese a
Londra o Berlino ha probabilmente salvato molti capolavori dalla
distruzione, tanto degli antenati dei Talebani che abbattevano i
simboli degli altri culti quanto dai contadini che raschiavano «i
pigmenti vivacemente colorati degli affreschi, considerandoli un
fertilizzante di particolare efficacia».
La principale virtù del libro - oltre alla stupefacente sintonia
con l'attualità - è comunque la ricostruzione storica delle
avventure di personaggi come lo svedese Sven Hedin, il tedesco
Albert von Le Coq, il britannico sir Aurel Stein, il francese
Paul Pellion, l'americano Langdon Warner e «l'alquanto misterioso
conte Otani dal Giappone». Storie che si calano alla perfezione
nel grande filone della letteratura d'avventura, che tra il
deserto del Takla Makan e le pendici del Pamir si colora di
ulteriore fascino.
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| Copertina |
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I cinesi si lamentano (e gli stranieri non hanno proprio modo di controbattere) che intere carovane abbiano preso la via dei musei occidentali cariche di inestimabili tesori, trafugati da templi, tombe e rovine del Turkestan cinese e irrimediabilmente persi per la Cina. Così scriveva Sir Eric Teichman in Journey to Turkestan, un resoconto delle sue ricerche condotte lungo l'antica Via della Seta nel 1935, su incarico del Foreign Office. Quel che faceva ribollire d'indignazione i cinesi, aggiunge, era leggere nei libri degli esploratori stranieri le descrizioni di come avessero asportato intere biblioteche di vetusti manoscritti, insieme ad affreschi e reliquie dell'antica cultura buddista del Turkestan.
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