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Teo de Luigi: Giocare da libero
ROMA - 20/03/2005
Adesso è ufficiale. Il calcio è stato sdoganato. Non è più roba da vocianti bar dello sport e urlanti processi del lunedì. Come i film di Ciccio e Franco, il pallone abbandona il mondo del trash e si fa posto tra gli scaffali delle librerie. Mette via la canottiera sudata e indossa il tweed. Gli indizi sono tanti. Prima Hollywood con una pioggia di film ambientati negli stadi. Poi ci ha pensato il super trendy Alessandro Piperno dichiarando urbi et orbi la sua viscerale passione per la Lazio. All'ingresso della casa dello scrittore più snob del momento campeggia una targa inequivocabile: qui vive un tifoso biancoceleste. L'autore di Con le peggiori intenzioni ha anche rivelato di aver fondato un fan club 'omo' per Roberto Mancini, allenatore in fuga dalla Capitale e da allora rinnegato come una bella donna che tradisce.

Ora scende in campo anche Adriano Sofri che in un bel libro-intervista di Teo De Luigi legge il calcio con l'occhio dell'intellettuale. E' vero: c'erano già stati Pier Paolo Pasolini e Osvaldo Soriano, Renato Guttuso e Manuel Vazquez Montalban. Ma loro erano cantori di un calcio d'altri tempi che sembrava ancora coltivare valori romantici. Fa notizia invece che dal mondo della cultura si levino voci per difendere uno sport ormai ridotto a business e merce tv. Ad onor del vero nella sua lunga chiacchierata, trascrizione di uno speciale per Sky, Sofri si volta anch'egli nostalgicamente indietro tornando ad elogiare i miti di un calcio che fu. L’ex leader di Lotta Continua intreccia la storia recente d’Italia a quella del pallone.

Tutto parte dal mitico ’68 quando l’Italia vinse gli Europei e Sofri era in tutt'altre faccende affacendato. In quegli anni «noi non ritenevamo di dover devolvere le nostre energie ad attività fatue come il calcio», dice Sofri, che confessa di aver tifato anche lui per la Corea nel 1966 come il Luigi LoCascio de La meglio gioventù. Ragiona sul valore politico della vittoria dell'Argentina ai Mondiali del 1978, elogia Totti, Baggio e Tommasi, ammette di trovar simpatico Bobo Vieri (ma «non riesco ad entusiasmarmene»), ma su tutti mette Gigi Riva («ai miei occhi è quanto di meglio l'Italia possa esprimere in una quantità di campi diversi»).

Racconta delle partite con Pier Paolo Pasolini a Trastevere («era straordinariamente corretto e insieme esigeva da sé una ruvidezza e una durezza da atleta greco») e delle partite da bambino, quelle in cui sognava di imitare le gesta del Grande Torino, ma rischiava sempre di finire in porta perché il meno capace della compagnia. Stuzzica gli amici di oggi e i compagni di Lc di allora Giampiero Mughini e Paolo Liguori oggi editorialisti di punta a Controcampo («Non mi ricordo di averli mai visti palleggiare»), poi con pudore descrive le partite all'interno del penitenziario («Io non so niente di calcio, però gioco»). Nelle poche pagine il libro concentra una serie di spunti che sono a volte illuminanti, a volte spiazzanti.

Con le riflessioni di Sofri si finisce per guardare al calcio da una prospettiva nuova, una lettura che ridà al pallone la sua dimensione di sport popolare e mitico allo stesso tempo. Anche le gesta degli eroi della pedata possono essere metafora della vita. Esemplare quel che Sofri dice del pallonetto, quello che, sulla scia di Totti, tutti ora chiamano cucchiaio: «Mi pare che il pallonetto è la più promettente idea post-moderna, per tutte le strategie compresa la strategia politica. Per esempio provate a immaginare di andare da Bush e spiegargli l'idea del pallonetto». Che dire: un tantino audace, ma geniale.

Gianni Bianco
Teo de Luigi


Giocare da libero. Conversazione con Adriano Sofri


Giocare da libero. Conversazione con Adriano Sofri
Limina edizioni 2005
13,50 euro

Su internet
Limina Edizioni